| "SALVARE IL DIRITTO D'AUTORE PER SALVARE L'UMANO" di Antonio Ragaglia |
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«Gli “anni leggeri”: furono definiti così quei mitici Anni Sessanta e Settanta, quando, per un momento, la “fantasia al potere” apparve come una realtà possibile e non soltanto una mera utopia. “Anni leggeri” non certo per un’assenza di consapevolezza critica, ma per un sentire spontaneo, un’immediatezza di rapporti che caratterizzava i giovani dell’epoca e che risaltava nelle canzoni degli autori che davano voce ai loro sentimenti e alle loro emozioni. Furono anni di straordinaria creatività musicale, contrassegnati da un’effervescenza di talenti e di idee. Anni che videro il boom della discografia e della diffusione del microsolco in vinile a 33 e 45 giri».
Sono parole tratte dal mio libro “I mille volti della musica” (2025), nel quale ripercorro le mie personali esperienze di testimone di un’epoca nel corso della quale ho vissuto il mondo della musica a 360 gradi: compositore, interprete, docente e attivista impegnato nel campo del diritto d’autore.
Poi vennero gli Anni Novanta con l’avvento planetario di Internet e la possibilità di accedere online a una vasta gamma di contenuti multimediali. Si cominciò a parlare di “smaterializzazione” delle opere, e all’inizio sembrò una svolta positiva per la diffusione delle opere dell’ingegno, non soltanto riferite al settore della musica ma a tutti i campi della creatività artistica e culturale.
Ma poi qualcosa cominciò a incrinarsi. La vendita di supporti fisici iniziò a crollare mettendo a rischio il futuro della discografia. Le grandi aziende tecnologiche virarono verso una logica esasperata di business e si incominciò a capire che milioni di ascolti in streaming rendevano solo pochi spiccioli in termini di diritto d’autore, compromettendo la legittima remunerazione degli autori e degli artisti. E il problema non riguardava solo la discografia, ma si estendeva a tutti i settori dell’industria culturale.
Ricordo che, nel dicembre del 2009, partecipai a un convegno che si tenne a Rimini sulla tutela della proprietà intellettuale, al quale intervenne, in veste di relatore, il Presidente Emerito della Corte Costituzionale, Prof. Antonio Baldassarre.
Proprio in quei giorni, l’opinione pubblica era venuta a conoscenza di una vicenda dal sapore “orwelliano” che contrapponeva i titolari dei contenuti ad uno dei principali colossi mondiali della Rete: Google, il gigante tecnologico creatore del celebre “motore di ricerca”, puntava a costruire un monopolio mondiale delle opere letterarie digitalizzando milioni di volumi. Con ricadute enormi, tra cui il potere di controllo su una parte consistente del sapere umano dell’ultimo secolo.
Nel corso del convegno venne chiaramente esplicitato che il mancato rispetto del diritto d’autore rischiava di distruggere interi comparti industriali, compromettendo, al tempo stesso, il “mestiere” dell’autore, vale a dire colui che, per una particolare vocazione, s’incarica di dare voce alle istanze creative della propria epoca. Con il rischio di esaurire le fonti stesse della creatività contemporanea. Uno scenario da incubo che rischiava di deprivare l’essere umano di primarie aspettative d’ordine emotivo e culturale.
Durante lo stesso convegno venne ribadita l’importanza di una sentenza emanata dalla Consulta (n. 108/1995) che sottolineava la stretta interconnessione fra «la tutela degli autori e la tutela della cultura», la conciliabilità della tutela del diritto d’autore con «l’interesse generale alla diffusione della cultura», e individuava il fondamento giuridico della proprietà intellettuale nella “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” (1948).
«La protezione dei diritti patrimoniali e non patrimoniali derivanti da ogni produzione letteraria ed artistica – affermava il testo della sentenza – viene giustificata, per tradizione ormai secolare, dal doveroso riconoscimento del risultato della capacità creativa della personalità umana, cui si collega l’ulteriore effetto dell’incoraggiamento alla produzione di altre opere, nell’interesse generale della cultura».
Spostiamoci ora di alcuni anni lungo l’asse temporale e diamo la parola a un celebre economista che aveva previsto con largo anticipo i nuovi scenari emergenti. Ecco cosa scriveva nel 1995 Jeremy Rifkin nel suo best seller “The End Of Work” (“La fine del lavoro”): «Le macchine intelligenti cominciano ad affacciarsi nel mondo delle arti, a lungo ritenute immuni da qualsiasi pressione verso la meccanizzazione. I network come Internet possono fornire estratti da migliaia di giornali e libri nel giro di pochi minuti. L’arte di scrivere libri sta cadendo vittima delle macchine intelligenti. E anche i musicisti hanno buone ragioni per allarmarsi davanti alla nuova tecnologia che sta ridefinendo il modo di fare musica. Molti musicisti paragonano la propria situazione a quella degli operai di Detroit, messi fuori gioco dall’automazione dell’industria automobilistica. E sono anche preoccupati per le implicazioni artistiche della sostituzione della musica virtuale a quella vera. Verrà un giorno in cui un’intera generazione non saprà quale sia il suono di un pianoforte vero…».
A distanza di trent’anni, dobbiamo purtroppo rilevare che le infauste previsioni di Jeremy Rifkin stanno diventando una realtà sempre più incombente. Basta scorrere il web per leggere decine di annunci di questo genere: «Questo software permette a chiunque di creare canzoni anche senza conoscenze musicali». «Una delle migliori app per creare musica sul proprio smartphone». «Devi assolutamente provare questa app gratuita, particolarmente intuitiva e capace di offrire una vasta gamma di suoni». «L’app per scrivere canzoni scansiona i testi e suggerisce rime con l’aiuto di codici…».
Gli algoritmi stanno prendendo il posto delle note musicali, le partiture si scrivono in codici informatici e non sorprende che ai grandi produttori musicali, come George Martin e Quincy Jones, si siano sostituiti gli ingegneri di mastering che, in quanto ingegneri, sono grandi esperti di algoritmi.
E ora si profila un nuovo strumento ancora più potente delle applicazioni poc’anzi menzionate: l’Intelligenza Artificiale, che sta rivoluzionando il mondo della produzione musicale immettendo sul mercato generatori di note che, in pochi secondi, possono creare un brano inedito, possono creare canzoni partendo da un testo, possono creare cantanti che non esistono…
Nonostante il termine “intelligenza” suggerisca un’analogia con il pensiero umano, è importante sottolineare che questa nuova tecnologia non è “creativa” nel senso stretto della parola. L’Intelligenza Artificiale non dispone di una creatività sua propria. Essa, infatti, si limita a memorizzare, codificare e rielaborare brani già esistenti proponendo una rielaborazione finale dotata di un apparente carattere di autonomia. Tutto sommato è quello che potrebbe fare anche un abile e furbo musicista che ascoltasse di seguito qualche decina di brani e che, “rubacchiando” qua e là qualche nota, riuscisse a costruire una canzone avente una parvenza di originalità. Il problema è che il software riesce a fare tutto questo ad una velocità immensamente superiore, ascoltando, codificando e rielaborando migliaia di brani. E qui si pone un primo grave problema inerente il diritto d’autore, perché l’Intelligenza Artificiale viene “addestrata” utilizzando musiche e testi la cui proprietà intellettuale appartiene agli autori, alle case discografiche e agli editori, e lo fa senza richiedere alcuna autorizzazione, semplicemente pescando nel “mare magnum” dei dati presenti in Rete. E infatti negli Stati Uniti sono già in corso una serie di vertenze legali promosse dalle grandi major musicali per impedire l’uso indiscriminato dei loro repertori.
In Europa, invece, è stato emanato il Regolamento UE 2024/1689, entrato in vigore il 1° agosto 2024, che rappresenta il primo tentativo di regolamentare l’uso dell’Intelligenza Artificiale. Ogni Stato membro sarà tenuto a designare le Autorità nazionali incaricate della vigilanza. Vedremo cosa accadrà, nella consapevolezza che si tratta di una materia estremamente magmatica e complessa.
A mio avviso, il problema più grave, che potrebbe rivelarsi catastrofico per il futuro del diritto d’autore, non riguarda tanto il momento della creazione dei brani quanto il momento della loro utilizzazione in pubblico. Il vero problema non è il singolo autore, povero di inventiva e talento musicale, che si fa “dare una mano” dal software, ma consiste nel fatto che l’Intelligenza Artificiale è in grado di creare delle tracce musicali “copyright free”, esonerando gli utilizzatori dal pagamento dei diritti d’autore.
È quindi facile prevedere che, in breve tempo, tutti i grandi utilizzatori di musica – piattaforme, emittenti, produzioni cinematografiche – ricorreranno all’uso della musica “copyright free”. L’ossessiva ricerca del profitto (vera e propria sindrome psicopatologica della nostra epoca) indurrà i CEO a marginalizzare i tradizionali repertori dei grandi autori per promuovere, attraverso sofisticate campagne di marketing, la “non-musica” creata dall’Intelligenza Artificiale. I media, infatti, già riportano i casi di cantanti e band inesistenti, creati dal software, che hanno avuto sul web milioni di visualizzazioni.
Siamo in presenza, dunque, di una vera e propria sfida all’autorialità musicale. Col rischio di una futura scomparsa della figura dell’autore e, quindi, delle qualità distintive della musica. Se non verrà contrastata questa deriva, verranno progressivamente cancellate tutte le composizioni degli autori contemporanei per fare posto ad asettiche pseudo-musiche realizzate dalla ripetitività monotona del software.
Applicando il cinismo materialista che connota la nostra epoca, si potrebbe dire: «Beh, che c’è di nuovo? Nel corso della storia le rivoluzioni industriali hanno più volte marginalizzato i lavoratori resi obsoleti dalle nuove tecnologie. Stavolta è il turno degli autori, ossia dei produttori di opere dell’ingegno di carattere creativo. È la legge selettiva del darwinismo sociale che privilegia il diritto del più forte…».
Per contraddire questa cinica considerazione, occorre ribadire che difendere il diritto d’autore – e quindi l’autonoma capacità creativa della persona umana – non è soltanto una legittima forma di tutela nei confronti di una specifica categoria di lavoratori (gli autori di opere dell’ingegno di carattere creativo), ma costituisce un fondamentale antidoto contro i rischi di disumanizzazione.
Nella mia vita ho dedicato molti anni alla difesa del diritto d’autore. Nella mia qualità di autore musicale, mi sono prodigato a lungo per dare un fattivo contributo alle attività della SIAE, la Società Italiana degli Autori ed Editori, l’Ente pubblico che si occupa della tutela, morale ed economica, delle opere dell’ingegno di carattere creativo.
Negli Anni Novanta ebbi l’occasione di collaborare con personalità di spicco come il maestro Gino Mescoli, grande professionista e direttore d’orchestra, che affiancai nella Commissione d’esame per l’ammissione alla SIAE dei compositori melodisti, e l’avvocato Renato Recca, diplomato al Conservatorio e compositore, che promosse una fase di grande democratizzazione della vita associativa della SIAE. Ricordo, inoltre, con particolare piacere il maestro Guido Turchi, con il quale mi confrontai per molti anni nella correzione degli elaborati musicali degli iscrivendi alla SIAE provenienti da ogni parte d’Italia.
L’esperienza acquisita in quegli anni mi indusse a candidarmi, nel 2003, alle elezioni per il rinnovo delle cariche sociali della SIAE, attribuite sulla base di una consultazione elettorale fra tutti gli autori e gli editori associati. La mia lista ottenne un significativo successo ed entrai a far parte dell’organo assembleare insieme ad importanti autori come Ennio Morricone, Gino Paoli, Franco Migliacci, Lucio Dalla e Roby Facchinetti.
Successivamente l’Assemblea degli Autori ed Editori eletti dalla base associativa mi conferì un incarico di alta responsabilità: quello di garante dei rapporti fra il Consiglio di Amministrazione e l’Assemblea stessa.
A quei tempi l’impegno per la difesa del diritto d’autore verteva su istanze di carattere sociale: favorire una più ampia partecipazione degli autori alla vita associativa della SIAE, stabilire criteri equi di ripartizione dei diritti, incentivare le attività della SIAE per la promozione della cultura… A tale scopo, nel 2005 diedi vita alla EUNICAM - Unione Europea Interpreti Compositori Autori Musicisti (http://eunicam.eu), una associazione sindacale di categoria sostenuta dalla partecipazione e la stima di tanti amici e colleghi del settore musicale.
Oggi, invece, la battaglia è di tipo completamente diverso. Oggi è in gioco la sopravvivenza stessa del diritto d’autore e, insieme al diritto d’autore, è in gioco la sopravvivenza dell’arte e della musica come espressioni originali dell’agire e del sentire umano.
Ma a questo punto si pone una domanda di fondo: che cos’è l’essere umano? È una macchina per la produzione e il consumo, finalizzata all’incremento del PIL e all’arricchimento degli investitori azionisti, oppure è qualcosa di più? Il modello tecnocratico orientato al post-umanesimo propende per la prima tesi; la religione e la scienza esprimono un parere diverso.
Nella sua bellissima “Lettera agli artisti” (1999), Papa Giovanni Paolo II esprimeva con queste parole il valore esistenziale e sociale dell’arte: «Ogni autentica intuizione artistica va oltre ciò che percepiscono i sensi e, penetrando la realtà, si sforza di interpretarne il mistero nascosto. Essa scaturisce dal profondo dell’animo umano, là dove l’aspirazione a dare un senso alla propria vita si accompagna alla percezione fugace della bellezza e della misteriosa unità delle cose. La società ha bisogno di artisti – come ha bisogno di scienziati, di tecnici, di lavoratori, di professionisti, di testimoni della fede, di maestri, di padri e di madri – che garantiscano la crescita della persona e lo sviluppo della comunità».
E anche la scienza, attraverso la psicologia, ha approfondito l’importanza dell’arte quale esperienza psichica ineludibile della sfera emozionale umana. Il primo ad impegnarsi con rigore scientifico per sviluppare questo specifico ambito di studi è stato il padre della psicoanalisi Sigmund Freud. Egli comprese che la separazione tra conscio ed inconscio è in realtà inesistente, e che la creatività è una qualità peculiare che fa parte della natura dell’essere umano.
Questi brevi riferimenti a due grandi personalità del secolo scorso sono sufficienti a comprendere che la musica rappresenta un linguaggio universale in grado di influenzare le emozioni, i pensieri e le relazioni umane. Sostituire l’esperienza emozionale della musica con la meccanica ripetitività degli algoritmi automatizzati costituirebbe, quindi, un attacco all’identità stessa della persona umana. E in questo minaccioso scenario i giovani sarebbero i più indifesi perché, essendo continuamente esposti all’influenza dei device elettronici, finirebbero per essere espropriati di una fondamentale esperienza del vissuto emotivo. Col rischio di far crescere una generazione di “analfabeti musicali” disabituati all’ascolto della musica, se non addirittura di “analfabeti emozionali”. Un vero e proprio “mutamento antropologico”, come paventava il grande Franco Battiato.
È dunque un imperativo categorico che lo Stato e la società civile utilizzino gli strumenti di tutela del diritto per contrastare la deriva in atto. È un imperativo categorico difendere il diritto d’autore sulla scorta di un «doveroso riconoscimento del risultato della capacità creativa della personalità umana», come affermava la sentenza della Corte Costituzionale in precedenza citata. Della «personalità umana» – si badi bene – non della macchina.
Non sarà una sfida facile. Ma la posta in gioco è estremamente alta. La vera sfida è quella di garantire il rispetto dei diritti umani, così come previsti dall’articolo 27 della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”: «Ogni individuo ha diritto di godere delle arti. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore».
Ma affinché le disposizioni legislative possano essere efficaci e sortire un effetto concreto, sarà necessario evitare una regolamentazione eccessivamente complessa. Il diritto, per sua natura, è impossibilitato a seguire il vorticoso trend di sviluppo delle applicazioni tecnologiche. Occorreranno quindi poche norme, essenziali, pragmatiche e di facile applicazione.
Se ci si attarderà nei sofismi del diritto, nelle sottili interpretazioni che vogliono dire tutto e il contrario di tutto, la battaglia sarà perduta in partenza. Se si vuole veramente contrastare il grave fenomeno in atto, occorrono poche regole, trasparenti, semplici e chiare. In caso contrario, nel giro di due o tre generazioni, potremo dire addio all’arte, alla musica e alla cultura, “vittime sacrificali” immolate sull’altare del profitto.
Nella mia vita ho coltivato un parallelo interesse per il diritto e la musica fin dagli anni giovanili, quando conseguii la laurea in Scienze Giuridiche dopo aver completato gli studi presso il Conservatorio musicale. Sulla base di questa mia personale attitudine, e della successiva lunga esperienza maturata sul campo nell’ambito della Società Italiana degli Autori ed Editori, posso provare a fornire alcuni suggerimenti.
Il primo passo sarà quello di escludere a priori ogni eventuale forma di sfruttamento gratuito delle opere. Solo così si potrà impedire che la musica “copyright free”, artificialmente prodotta, spazzi via tutte le composizioni umane protette dal diritto d’autore, inclusi i repertori della grande musica che costituiscono la colonna sonora del nostro tempo.
Bisognerà poi introdurre l’assoluto divieto di utilizzare, in qualsiasi tipo di contesto pubblico (concerti, spettacoli, trasmissioni radio tv, ascolti online, diffusione in streaming, ecc.), brani musicali generati dalle app e dall’Intelligenza Artificiale. Tale comportamento dovrà considerarsi come appropriazione indebita di un’opera altrui, perché l’Intelligenza Artificiale – come in precedenza spiegato – non crea autonomamente, ma memorizza, codifica e rielabora opere creative ideate da altri autori.
E parimenti, bisognerà introdurre il divieto di proporre al pubblico singoli cantanti e band inesistenti presentandoli come persone fisiche reali (comportamento che dovrebbe essere sancito come reato contro la fede pubblica).
Ogni brano utilizzato in pubblico dovrà corrispondere alla persona reale di un autore, regolarmente iscritto alla Società degli Autori del Paese di appartenenza. E dovrà essere istituito ovunque un sistema di valutazione dell’autore, come la Commissione SIAE di cui per molti anni ho fatto parte, che consente l’iscrizione di un autore alla Società degli Autori soltanto dopo averne accertato l’effettiva competenza in campo musicale.
Un ulteriore elemento di equità, infine, potrà consistere nell’obbligo per le grandi piattaforme online di retrocedere una quota parte dei loro bilanci alle Società degli Autori, che provvederanno a ripartirli alle diverse categorie autorali. Si tratterà di una parziale forma di indennizzo a compensazione della sperequazione in atto, che vede gli autori raccogliere solo una quota infinitesimale degli immensi proventi che le piattaforme traggono dalla commercializzazione dei repertori musicali.
Naturalmente i suggerimenti sopra esposti si riferiscono al mio personale ambito di esperienza – la musica –, ma potranno essere adattati alle esigenze di tutela di ogni altra categoria dell’espressione artistica e creativa.
L’auspicio è che possa crearsi una mobilitazione generale di tutti gli autori e gli editori interessati alla salvaguardia dei diritti materiali e morali dei creatori di opere dell’ingegno. Una mobilitazione capace di esprimere un “manifesto” condiviso, rivolto alla pubblica opinione e alle forze istituzionali e politiche, per la salvaguardia dell’arte e della cultura. Per impedire la cancellazione dell’identità culturale di un’epoca.
E vorrei concludere queste mie brevi note con un ulteriore auspicio: che anche i giovani artisti di oggi possano godere di una felice libertà di espressione come quella che vissero gli artisti della mia generazione. E che tutti i giovani possano continuare ad avere una “colonna sonora” che renda indimenticabili i loro amori e i momenti più intensi della loro vita…
“Salvare il diritto d’autore per salvare l’umano”: questo potrà essere lo slogan per promuovere una nuova cultura che non rinneghi la modernità, che non voglia soffocare l’innovazione, ma che punti a fare della tecnologia uno strumento a favore dell’uomo e non un’arma puntata contro l’uomo. Affinché non si verifichi la profezia del grande filosofo Emanuele Severino: il paradiso della tecnica sarà l’inferno degli umani.
Antonio Ragaglia
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